
“Bene il piano Eurosud, ma l’Italia deve migliorare la sua capacità di spesa”. Gian Cesare Romagnoli, ordinario di Politica economica presso l’Ateneo di Roma Tre, esperto di istituzioni comunitarie, commenta in un’intervista esclusiva a Euractiv.it le novità in arrivo in tema di cofinanziamento e di spesa dei fondi strutturali per il Mezzogiorno.
Professore, parliamo di Eurosud.
Si tratta di un insieme di misure finalizzate a favorire una politica dell'offerta nel Sud. Ma per poter dire qualcosa sugli effetti attesi va fatta una premessa che riguarda 60 anni di politica del Mezzogiorno. Nel nostro passato abbiamo avuto delle istituzioni come la Cassa del Mezzogiorno, nata dalla Svimez, che sono state ben pensate e valide. E che per un certo periodo, negli anni '50 e '60 hanno funzionato bene nel complesso. Poi, da un certo momento, ad alcuni errori di indirizzo che si erano già manifestati si sono aggiunti comportamenti perversi, disfunzioni gestionali e minori flussi di risorse statali.
Quando?
Direi a partire da metà degli anni Settanta, quando al progressivo mancato riconoscimento della reciprocità tra le diverse dimensioni di impresa si sono aggiunti oneri gestionali impropri e anomali, sprechi e corruzione. La letteratura aveva segnalato l'importanza di un tessuto di imprese grandi, piccole e medie ma nel tempo le prime hanno monopolizzato le risorse statali e così sono nate le cattedrali nel deserto.
Colpa della politica?
Il parlamento di anno in anno ha deliberato per lungo tempo finanziamenti nominalmente finalizzati alla ricapitalizzaizone delle imprese del sud, come pure di molte imprese parastatali, ma che in realtà andavano a coprire perdite dovute alle disfunzioni introdotte per acquisire consenso. Si è ignorato il principio di economicità e sono stati perseguiti obiettivi estranei ad una logica di mercato. Insomma, se guardiamo al dopoguerra vediamo che il mezzogiorno fino all'inizio degli anni ''70 riesce gradualmente a chiudere la forbice che lo divideva dal resto del Paese. Questo processo negli ultimi 40 anni, per miopia politica e patologia gestionale si è arrestato e poi invertito dando luogo alla crescita della divergenza .
Sta succedendo anche adesso?
Sì, l'unione economica del Paese continua ad allontanarsi. Troviamo qualche novità positiva nell'utilizzazione dei fondi strutturali. Guardando ai contributi e a quanto i singoli Paesi hanno ricevuto, spesso in passato molti studiosi hanno concluso che questa politica non dava luogo a benefici netti. Gli studi effettuati negli ultimi due anni hanno invece mostrato una inversione di tendenza: nelle regioni dell'Obiettivo 1, con popolazione tra 1 e 3 milioni di abitanti, un euro di contributo ha generato in media 1,2 euro di benefici.
L’Italia come è messa?
Per il periodo 2007-2013 l'Unione Europea ha reso disponibili per l'Italia circa 29 miliardi di euro di fondi strutturali, di cui circa 22 miliardi per le cinque regioni del Sud che hanno un reddito inferiore al 75 per cento della media europea (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia). Ma tali fondi non sono stati distribuiti sul territorio e nelle prossime settimane rischiamo di perderne due. In parte questa difficoltà dipende dalle importanti innovazioni di "Governance" assunte negli ultimi anni dall’Ue: l’approccio dell’accountability, finalizzato a ridurre irregolarità, sprechi e corruzione nella gestione dei fondi comunitari. Ciò vuol dire da una parte la necessità di rispondere delle risorse pubbliche assegnate ma dall'altra un aggravio consistente di controlli e di "compliance" a regole sia nazionali che comunitarie. A ciò si è aggiunta la regola "n+2" in base alla quale bisogna spendere le risorse entro due anni dall’assegnazione per non perderle.
Per evitare queste perdite si pensa a Eurosud...
La prima cosa che va detta è che il piano cita iniziative positive e condivisibili, dai crediti d’imposta agli incentivi al part time e all’occupazione femminile e dei giovani. Tutte cose che vanno nella direzione giusta, quella di stimolare le capacità imprenditoriali per una nuova politica dell'offerta nel Mezzogiorno.
Quanto si può recuperare in termini di fondi?
Possiamo recuperarne 2 se riusciremo a spenderli entro dicembre di quest’anno. E possiamo recuperarne 8 da spendere nel Piano per il Sud o nel Decreto per lo Sviluppo se la Commissione ci consente di sbloccarli.
Quello del governo le sembra un approccio efficace?
In linea di principio, sì. Ma il governo deve mostrare una effettiva capacità di spendere queste risorse e in modo efficace.
E cosa dice del cambiamento della quota di cofinanziamento, dal 50 al 25 per cento?
E’ evidente: può essere una misura di sostegno estremamente utile. L'Italia, che è in difficoltà nella spesa dei fondi, potrebbe beneficiare di una riduzione della propria quota di cofinanziamento ai programmi del Quadro comunitario di sostegno per il periodo 2007-2013, passando dall'attuale 50% al 25%. Si tratta appunto degli 8 miliardi di cui abbiamo già accennato.










