Le controversie giudiziarie di lavoro richiedono anni per essere concluse e ciò implica un ingessamento che non serve a nessuno: né al lavoratore, né all'economia. Ad affermarlo, in un'intervista con EurActiv.it, il capo economista e vice segretario dell'Ocse, Pier Carlo Padoan.
Qual è la sua valutazione sulle azioni del governo Monti, in particolare Salva Italia, Cresci Italia e Semplifica Italia?
Il governo Monti ha messo e sta mettendo tuttora in campo una serie di misure a largo spettro che riguardano l'aggiustamento della finanza pubblica, lo stimolo alla crescita e alle riforme strutturali, l'aumento della concorrenza e il ridisegno del mercato del lavoro. Si tratta di una strategia veramente eccezionale e necessaria, visto lo stato in cui l'economia italiana versava negli ultimi anni.
Il decreto sulle liberalizzazioni e quello sulle semplificazioni necessitano di mesi e di ulteriori passaggi per essere attuati nella loro totalità. Queste lungaggini non rischiano di rallentare il processo di ripresa?
Come accade in tutti paesi, serve il tempo necessario affinché le riforme strutturali e amministrative possano avere qualche effetto. Anche se sono state introdotte nuove regolamentazioni e liberalizzazioni, la crescita non può riprendere dall'oggi al domani. È, in ogni caso, una strada indispensabile. Allo stesso tempo, la messa in sicurezza dei conti pubblici garantisce che la crescita progressiva del paese non sia messa in discussione. Già possiamo constatarlo con le reazioni positive dei mercati degli ultimi giorni.
Obama ha lodato la partenza "a razzo" del governo Monti, che "potrà portare l'Italia fuori dalla tempesta e condurla in un percorso di crescita a lungo termine". Nelle stesse ore Draghi, parlando di ripresa graduale dell'eurozona, mostra toni più cauti.
Non vedo contraddizioni fra le due posizioni. Obama ha detto giustamente che nel programma Monti c'è una grande enfasi sulla crescita, ma non che c'è ancora crescita. Draghi, da parte sua, ha notato che nella zona euro per il momento ci sono segni di crescita negativa, di "mini recessione". Quindi, invita alla cautela e a non farsi prendere dall'entusiasmo.
Alla luce dell'imminente riforma del mercato del lavoro, quali i punti su cui intervenire con maggiore urgenza?
Non c'è un elemento più importante degli altri. Il mercato del lavoro, da tempo, deve essere riformato. Prima di tutto bisogna aumentare l'accesso dei giovani al mercato del lavoro ed eliminare il precariato. Questo può avvenire attraverso una riforma dei contratti. In secondo luogo, servono meccanismi che permettano una riallocazione dei lavoratori verso utilizzazioni più produttive. Come ha detto Monti, bisogna proteggere il lavoratore, non necessariamente uno specifico posto di lavoro. E poi, bisogna fare in modo che i lavoratori vengano remunerati meglio, che le loro retribuzioni siano in linea con la produttività. Questo richiede anche misure dal punto di vista fiscale. L'insieme di questi elementi dovrebbe accrescere l'occupazione, ridurre la marginalità e sostenere la crescita del paese.
Come si pone rispetto all'articolo 18?
L'articolo 18 attiene alla tutela del lavoratore rispetto al licenziamento ingiustificato. Bisogna entrare nel merito del perché, in Italia, c'è un articolo 18: serve a proteggere il lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. In questo caso è importante distinguere la causa determinata da ragioni economiche da quella per altre ragioni. Inoltre scontiamo il fatto che le controversie giudiziarie di lavoro richiedono anni per essere concluse e ciò implica un ingessamento che non serve a nessuno: né al lavoratore, né all'economia.
Quindi serve prima una riforma della giustizia, poi quella del lavoro?
Servono entrambe. Una riforma influenza l'altra. Ma è quello che il governo Monti sta facendo. Sta affrontando molti terreni allo stesso tempo.
Anche i dipendenti pubblici dovrebbero essere coinvolti nella riforma del mercato del lavoro?
Nella Pa italiana c'è da tempo un problema di produttività troppo bassa, che va risolta con una strategia complessiva. Peraltro, in molti casi la Pa funziona bene, non è vero che ci sono soltanto sacche di inefficienza. Bisogna migliorare gli incentivi per i lavoratori e ridurre la dimensione della Pa per renderla più efficiente. Quindi le misure sono diverse da quelle del settore privato, ma la filosofia è la stessa: aumentare l'efficienza e associare la produttività alla remunerazione.
Nell'ambito del dibattito in corso sulle tipologie contrattuali, tra i modelli ipotizzati finora, quale ritiene più adeguato per l'Italia?
La questione è aperta, i modelli sono numerosi. E' la segmentazione dei contratti, che si riflette in una segmentazione del mercato del lavoro, che va affrontata. Non vedo un modello unico europeo in quanto tale, ma diversi modelli nazionali. Sicuramente il modello italiano attuale non è efficiente, né adeguato ai tempi e non risolve i problemi del paese.
Recentemente l'Ocse ha ribadito l'importanza per l'Italia di intensificare la lotta alla corruzione transnazionale. Quali le azioni da attuare?
La lotta alla corruzione è importantissima sia nei paesi avanzati, che in quelli emergenti. L'Ocse è in prima linea su questo. La lotta alla corruzione richiede più trasparenza nella Pubblica amministrazione e una maggiore efficienza per eliminare gli incentivi alla corruzione. Richiede anche liberalizzazioni dei mercati e maggiore concorrenza nel settore privato, affinchè non si creino situazioni di rendita che spesso sono cristallizzate proprio a causa dei meccanismi di corruzione.
Le misure di spending review recentemente adottate dal governo italiano, circoscritte soprattutto ad alcuni ministeri, sono davvero incisive o vanno interpretate come un modo del governo di "dare l'esempio"?
In sé sono misure che vanno nella direzione giusta. Ma sono d'accordo con lei, si può fare molto di più.
Tempo fa lei aveva affermato l'importanza dell'abolizione delle province. Qualche taglio è stato fatto, ma le province sono ancora lì...
Ci sono ancora molte cose da fare, nella riforma del sistema di governance italiano. Nel momento in cui si riduce al minimo un livello istituzionale come quello delle province, si pone il problema: a chi trasferire il ruolo che esse oggi ricoprono? C'è ancora molto spazio per la riorganizzazione della Pa locale e per la riduzione dei costi.
Una recente ricerca dell'Ocse mette in luce un aumento delle diseguaglianze fra redditi in Italia. Un dato in linea con il resto dei paesi Ocse o in controtendenza?
In Italia la disegualianza è aumentata più che in altri paesi Ocse, anche se l'aumento del divario è generalizzato, compresi i paesi emergenti. Credo che ricostruire una crescita sostenibile e diminuire le diseguaglianze rappresentino alcune tra le sfide principali dei prossimi anni. Tutti devono fare dei passi avanti.
Una soluzione per far funzionare meglio gli "ascensori sociali"?
Bisogna agire su due fronti interconnessi: da un lato il mercato del lavoro, che deve essere riformato per aumentare le opportunità per i giovani, dall'altro il sistema educativo, che deve essere reso più efficiente, aperto e consono alle esigenze delle nuove competenze necessarie.
Il meccanismo fiscale può essere utile a distribuire incentivi e recuperare risorse che aiutino la lotta alla disuguaglianza.
Come definirebbe il sistema universitario italiano?
Ancora in profonda fase di transizione. In esso bisogna introdurre elementi di concorrenza, d'interazione con il mercato globale della conoscenza. Poi bisogna cambiare il sistema degli incentivi e reperire risorse per la ricerca.
Una ricerca del settembre 2011 rivelava che in Italia, la percentuale del PIL destinata all'istruzione era una tra le più basse di tutti i paesi OCSE. Il governo Monti non si è ancora occupato di questo settore. L'Ocse cosa propone?
Bisogna avere uno sguardo a 360 gradi. Per quanto riguarda quella che un tempo si chiamava "istruzione professionale" serve un ripensamento profondo delle competenze necessarie a un'economia basata molto più sull'informazione e sull'innovazione e sui servizi, rispetto a venti anni fa.
Negli ultimi quindici anni quasi tutti i ministri dell'istruzione che si sono succeduti hanno realizzato una riforma dell'istruzione e dell'università. Questo stato di "riforma permanente" è un bene o un male?
Come tutte le riforme, sarebbe bene avere un quadro complessivo che possa dare delle certezze a lungo termine. Un processo di riforma permanente non è di per sé un bene. Bisogna fare dei passi avanti nell'istruzione primaria e superiore. Per far questo serve un investimento politico e uno sforzo riformatore importante.
E' ottimista sulla ripresa dell'Italia?
Sono molto più ottimista oggi rispetto a tre mesi fa.







