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Barca a EurActiv.it: Ue, Stato, Regioni, intrecci per la coesione

Ministro Fabrizio Barca - fonte: Governo

Dalla polemica con le Regioni, nata da incomprensioni e preoccupazioni, alla definizione di una soluzione “che non è di compromesso, ma è innovativa nello sviluppo, frutto del dialogo sempre fortunatamente acceso e utilmente conflittuale tra i livelli di governo”. Così, il ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca ricostruisce, in un’intervista a EurActiv.it, la parabola dell suo rapporto con le Amministrazioni regionali: poche settimane or sono, il governatore della Puglia Nichi Vendola criticava l'introduzione di "regole capestro che rischiano di mandare drammaticamente in crisi le amministrazioni locali"; e il governatore della Campania Stefano Caldoro polemizzava sul piano ferroviario. Ora, Barca conferma che "non esistono quasi più distanze nelle posizioni non solo fra me e il presidente Vendola, ma in generale con le Regioni”. Un altro esempio di buon funzionamento della catena magica “conflitto – innovazione – sviluppo”.

Il ministro, un economista, ricostruisce così il percorso “di una dialettica anche accesa rivelatrice che qualcosa sta succedendo tra il livello centrale di governo e il livello regionale”. La polemica nasceva dal fatto che il Governo aveva definito delle ipotesi di target automatici nell’utilizzo dei fondi europei: le regioni che non li rispettavano vedevano le loro risorse spostate non dal territorio, ma da un obiettivo all’altro, prima che le autorità comunitarie se ne riappropriassero. “Regole – spiega Barca - che ovviamente hanno sempre immaginato di tutelare i cittadini e di lasciare la risorsa nel territorio. Dietro la polemica, c’era la preoccupazione, che era un lascito di altre fasi della nostra storia, che questi fondi potessero essere non riprogrammati sullo stesso territorio, ma addirittura portati via”.

Alcune Regioni hanno argomentato con forza che target eccessivi le avrebbero strangolate. “Avevamo ragione entrambi, avevamo ragione noi a mettere delle regole automatiche, avevano ragione le Regioni a lamentarne la rigidità eccessiva”. Alla fine, una soluzione è stata trovata e un mese fa “è stato approvato un sistema di target condiviso da tutte le regioni. E’ un esempio di vivacità e di re-engagement di un sistema che era completamente atrofizzato perché non c’era dialogo”.

Ma qual è la chiave delle politiche di sviluppo rivolte al territorio?

“Non sta nel fatto che il centro prenda dei soldi e li mette a disposizione dei livelli locali: questo è un ingrediente. Se tutto si limita al trasferimento di fondi ai livelli locali, quando questi sono bloccati in trappole di sottosviluppo, come lo è una parte significativa del nostro Sud, il dare soldi non basta a risolvere il problema, anzi vuol dire buttarli. La forza della politiche di sviluppo è che i finanziamenti aggiuntivi alle aree che sono in ritardo di sviluppo siano accompagnati da una presenza attenta e vigile e da una competenza anche fastidiosa delle autorità di governo nazionali e europee, che portano punti di vista e competenze alternativi e esprimono interessi generali rispetto a interessi particolari. Da questo deriva un conflitto tra classi dirigenti endogene e classi dirigenti esogene. Nel nostro caso, il conflitto è avvenuto su un piano di ragionevolezza, cioè di rigore, di numeri, di dati. E ciò produce sviluppo”.

 Le Amministrazioni pubbliche hanno delle responsabilità, e quali, nella lentezza di spesa da parte delle Regioni del Sud?

Come quando si vince una partita è merito di tutta la squadra, così quando si perde è colpa di tutta la squadra. In una politica complessa come questa, la responsabilità è stata sicuramente del centro, che non ha saputo dare certezza finanziaria, anzi ha dato incertezza finanziaria, e non ha saputo fornire, da almeno 8/9 anni, un adeguato supporto di competenze a livello tecnico alle Regioni. Ed è delle Regioni, che hanno finito per agire spesso come Stati nazionali, cioè con un apparato burocratico lontano dai loro stessi territori. Hanno quindi burocratizzato enormemente l’attività, spalmando spesso i fondi in molte direzioni, non interpretando le norme in modo sufficientemente equo e creando delle filiere così lunghe che quelli che fanno la programmazione non hanno idea di che cosa avvenga alla fine del processo. E la responsabilità è anche della classe dirigente privata. Quando si abbassa l’asticella, tutti abbassano l’asticella.

E’ un problema solo italiano?, o è un problema europeo? E c’entra l’allargamento a Est?

Non è successo solo in Italia. E’ successo un po’ ovunque in Europa, dove la politica di coesione ha subito un’involuzione da alcuni anni: una politica che è andata man mano perdendo il suo obiettivo originario, non a caso finendo per essere sempre meno visibile ai cittadini, e dove l’accessibilità degli attori è governata dalla conoscenza dei regolamenti e non dal fatto di avere delle competenze o delle cose da dire.

L’allargamento ha avuto anche impatti positivi, ha portato nella partita un paese come la Polonia che si è dimostrato efficace, non solo nella capacità di spesa, ma anche nella qualità dei gruppi dirigenti e nella disponibilità ad innovare. La Polonia è un’alleata dell’Italia e della Gran Bretagna in questo momento di riforma e di svolta. La politica di coesione europea ad un certo punto s’è iper-proceduralizzata, con una iper-attenzione ai profili dell’ordine e del controllo, anche per la disattenzione del Consiglio dei Ministri e del Parlamento europeo ai risultati di quest’azione, concepita sempre più come un assegno compensativo a certi paesi. E aspettative basse producono risultati bassi. 

 

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