Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, autore fra l'altro del volume "l'Unione europea: una storia non ufficiale", ha scritto per Affarinternazionali, la rivista online dell'Istituto Affari Internazionali, questo interessante articolo, di cui riproduciamo alcuni passaggi: Il dibattito che sta lacerando l’Europa e che potrebbe portare alla sua dissoluzione riguarda solo in parte le filosofie di politica economica: monetaristi contro keynesiani, liberisti contro intervenzionisti. Per capirlo pienamente bisogna invece soffermarsi su tre parole: solidarietà, fiducia, sovranità. Sono esse che determineranno il nostro destino. Le prime due sono le facce di una stessa medaglia.
Solidarietà
Usando una facile ma utile semplificazione, per il “Sud” il problema è la solidarietà. Gli sforzi necessari per risanare le finanze pubbliche e attuare le riforme strutturali sono considerati politicamente insostenibili in assenza di massicce misure di solidarietà, di cui gli eurobond rappresenterebbero la manifestazione più compiuta. La tesi non è priva di fondamento. Le riforme strutturali sono indispensabili nel medio periodo, ma non producono necessariamente risultati immediati; in più, per essere politicamente e socialmente sostenibili a volte nel breve periodo sono anche costose.
Ne dovrebbe sapere qualcosa la Germania: i costi delle grandi riforme lanciate dal governo Schroeder all’inizio dello scorso decennio furono una delle cause per cui il paese non rispettò a suo tempo il patto di stabilità. Poi ci sono i mercati che, scettici sulla credibilità delle riforme e giudicando insufficienti le misure di solidarietà, attaccano i paesi vulnerabili spingendoli verso una spirale perversa di deficit e recessione che rende le riforme ancora più ardue.
L’onere dell’aggiustamento non può inoltre essere asimmetrico, ma deve riguardare anche i paesi virtuosi. Il tutto può essere riassunto in uno slogan: l’austerità senza solidarietà non produce crescita ma recessione.
Fiducia
Visto da “Nord” il problema è invece la fiducia. Se noi, pensano i tedeschi, abbiamo attuato penose riforme che ci hanno rimesso in carreggiata, perché non altri? Il Sud ha assunto troppi impegni poi disattesi perché si possa avere fiducia prima di vedere risultati tangibili. Perché noi dobbiamo andare in pensione a 67 anni e gli altri a 60? Così si spiega la lenta e riluttante evoluzione della posizione tedesca.
La fiducia è un bene intangibile, che non si può stampare né misurare. Sottovalutare questa preoccupazione bollandola come semplice egoismo è un errore molto pericoloso. Accettare gli eurobond sarebbe per i tedeschi un sacrificio paragonabile alla rinuncia al marco. Non capendolo si rischia di consolidare la posizione di chi, come il popolarissimo Sarrazin, sostiene che gli europei vogliono far pagare la Germania perpetuando il ricatto dell’olocausto. L’eterna riedizione di il faut faire payer les boches. D’altro canto bisognerà pure che qualcuno risponda alla domanda: quanta fiducia è necessaria per fare un salto di qualità?
Sovranità
Messo in questi termini, il problema è potenzialmente insolubile perché mette in campo la terza parola magica: la sovranità. Visto da Sud, il Nord non può imporre a Parlamenti sovrani decisioni giudicate politicamente o socialmente insostenibili: è una spogliazione della democrazia. Visto da Nord, anche un massiccio impegno di solidarietà è un sacrificio di sovranità, in questo caso a carico dei contribuenti. La prospettiva è percepita come particolarmente intollerabile se accompagnata dalla richiesta di diventare meno “virtuosi”.
Il problema della sovranità, da sempre al centro del processo d’integrazione europea, è diventato più acuto da quando la Corte costituzionale tedesca ha assunto posizioni giudicate non a torto “golliste” e si è avuta l’impressione di un direttorio franco-tedesco che imponeva le sue decisioni al resto dell’Europa.
Resta valida ancora oggi la principale intuizione di Monnet: la condivisione della sovranità è possibile solo se governata da istituzioni indipendenti e percepite come tali. È inutile sforzarsi di reinventare l’ombrello: l’unica istituzione in grado di assumere questo compito, oltre alla Banca centrale europea (Bce) che però ha un mandato ben definito, è la Commissione europea.
Negli ultimi anni il suo ruolo e la sua autorità si sono appannati: in buona parte per volontà dei governi, anche se la Commissione ci ha certamente messo del suo. Il paradosso è che nonostante questo, le ultime decisioni prese, il “six pack” ma anche il “fiscal compact” rimettono la Commissione quasi suo malgrado al centro del sistema. Il guaio è che ristabilire il ruolo della Commissione non basta a risolvere il problema della sovranità. Le decisioni che devono essere prese sono troppo importanti per non porre anche una questione di legittimità.
I federalisti reclamano a gran voce un ruolo maggiore per il Parlamento europeo. È giusto e necessario, ma non basta. L’origine del problema sta nella percepita spogliazione dei Parlamenti nazionali e quello europeo non ha ancora l’autorità sufficiente per riempire completamente il vuoto di democrazia che rischia di crearsi.
Deve essere trovata una formula per associare pienamente al processo anche i Parlamenti nazionali. Anche la legittimità della Commissione deve essere rafforzata; la situazione attuale che ne fa, di fatto, un’emanazione dei governi non è sufficiente a liberare i commissari dalla stigma di essere dei “tecnocrati irresponsabili”. Non è un caso che si parli dell’elezione diretta del suo Presidente o, oggi più realistico, di una sua designazione come risultato delle elezioni europee.
L'articolo integrale su http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2052










