Tornare a focalizzarsi sulla crescita, perché le ultime vicende dell’area euro testimoniano un’attenzione insistente sul tema dei debiti pubblici, mentre gli investimenti restano in secondo piano. E’ questo il senso del documento presentato mercoledì a Roma da Abi, Ania, Alleanza cooperative, Confindustria e Rete imprese Italia. Un patto per l’Italia, l’Europa e l’euro che cerca di sottolineare l’importanza di alcuni capitoli sui quali si è persa la bussola: le infrastrutture, le dismissioni, l’uso dei fondi strutturali.
“Abbiamo bisogno di crescita”. Le parole del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi sono la sintesi perfetta del documento. “I dati sulla disoccupazione sono drammatici - ha detto il leader degli industriali - e diventano tragici se consideriamo la disoccupazione giovanile. Come generazione abbiamo l’obbligo, il dovere morale di lottare contro questa situazione per ritrovare la crescita”. Per farlo bisogna focalizzarsi “su tre punti: innovazione e ricerca, liberalizzazioni e semplificazione, politica infrastrutturale”.
Un patto in dieci punti
Il patto proposto dalle imprese declina in dieci punti proprio questi elementi indicati da Squinzi. E parte da una constatazione. Bisogna essere “consapevoli che l’intero edificio dell’area euro è in grave e imminente pericolo e che l’Italia, nonostante i significativi passi avanti sulla strada della stabilità dei conti pubblici rischia di divenire, per dimensione economica e peso specifico, il punto di rottura dell’Unione economica e monetaria”.
Più risorse per le infrastrutture
Per evitare che accada ci sono delle mosse che è necessario fare immediatamente. Anzitutto, si deve “implementare un piano pluriennale europeo di infrastrutture, anche grazie all’ausilio dei project bond e degli investimenti della Bei”, poi bisogna “favorire un pieno ed efficace utilizzo delle risorse che il bilancio dell’Unione destina allo sviluppo, a partire dai fondi strutturali europei”, e va definita “una politica energetica europea di lunga durata che garantisca prezzi ragionevoli e sicurezza degli approvvigionamenti”.
Rimodulare la spending review
Andando sull’attualità, la spending review andrebbe rimodulata: una “frazione cospicua” delle risorse derivate dal taglio della spesa e alla lotta all’evasione “deve essere destinata, con certezza e adeguata programmazione preventiva, alla riduzione delle aliquote legali dei principali tributi”. Insieme a questo serve un piano di dismissione e valorizzazione di asset pubblici tale che alla fine del 2015 sia garantita una riduzione del rapporto debito/pil di 9 punti percentuali rispetto al 2012.
Ma non serve solo denaro, occorrono anche regole più semplici. Il documento chiede di rimediare a “una regolazione elefantiaca e inefficiente dello Stato in economia: una burocrazia soffocante, e la lentezza della macchina giudiziaria”. Per questo, “si deve puntare a combattere la cattiva burocrazia e a semplificare i rapporti tra imprese e Pa”.
Più Europa per uscire dall'impasse
Infine, si parla di Europa. Bisogna procedere verso l’unione politica e fiscale, non ci sono alternative. Bisogna “completare nel tempo più breve possibile tutte le procedure per la messa in opera dello scudo antispread”, che andrà anche rafforzato concedendo all’Esm la licenza bancaria chiesta dalla Bce.
Ma bisogna anche “realizzare tempestivamente l'Unione bancaria sulla base di tre pilastri: la creazione di un meccanismo di vigilanza che faccia riferimento alla Bce, l’armonizzazione delle regole (Basilea 3 e gli altri dossier attualmente in discussione) e della loro applicazione a livello dei singoli Stati, la definizione di uno schema di garanzia europea sui depositi bancari”.










