Migliorare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e al mondo imprenditoriale rappresenta uno degli obiettivi che la Commissione europea si è proposta nell'ambito della strategia Europa 2020. Per questo, nei giorni scorsi, il vicepresidente e commissario per l'Industria, Antonio Tajani, ha lanciato un nuovo progetto per promuovere l'imprenditoria femminile: una rete di mentori donne che possa supportare le nuove imprenditrici nell'avvio delle proprie attività.
La rete di mentori - progettata nell'ambito del riesame 2011 dello Small Business Act - vedrà schierate 170 imprenditrici, provenienti da 17 Paesi membri, a sostegno di donne che intendano impegnarsi in un progetto imprenditoriale, offrendo loro competenze e consigli pratici per portare avanti le proprie attività.
L'obiettivo - ha spiegato Tajani - è liberare capitale umano sempre più qualificato, le cui potenzialità, finora parzialmente inespresse, possono risultare decisive in un momento di crisi quale quello che stiamo attraversando.
"La creatività e le potenzialità imprenditoriali femminili rappresentano chiaramente la fonte di crescita economica e di nuovi posti di lavoro meno sfruttata, che va dunque ulteriormente sviluppata in Europa. In un momento di crisi non ci possiamo permettere di rinunciare a tale potenzialità. Incrementare il numero delle imprenditrici significa dare maggior potere economico alle donne e contribuire alla crescita", ha aggiunto il commissario.
Lo sforzo sul fronte dell'imprenditoria nasce anche dalla consapevolezza che spesso l'avvio di un'attività economica autonoma rappresenta per le donne una soluzione di auto-impiego, un modo per rispondere alla mancanza di possibilità occupazionali o di conciliare vita lavorativa e impegni familiari.
Questo aspetto è emerso fortemente nel corso del convegno organizzato il 16 novembre scorso a Roma, presso la Rappresentanza in Italia del Parlamento europeo, da Noi Rete Donne. Ne ha parlato in particolare Cristiana Coppola, vicepresidente di Confindustria per il Mezzogiorno, citando recenti dati Unioncamere da cui risulta, nel periodo compreso tra il 1990 e il 2008, un deciso incremento delle imprese femminili.
Nonostante i progressi, le imprenditrici segnalano il permanere di limiti connessi alla discriminazione di genere, che intaccano ad esempio l'accesso al credito.
Anche nel lavoro dipendente permangono criticità, soprattutto in Italia, attualmente penultima per occupazione femminile a livello europeo – seguita solo da Malta.
Un'occasione mancata per segnare un'inversione di tendenza è stata, secondo l'economista Fiorella Kostoris, il recepimento della direttiva 2006/54/CE. In Italia, infatti, secondo Kostoris, è stata applicata tardi e puntando al potenziamento di figure già esistenti, le consigliere di parità, rivelatesi inefficaci o comunque insufficienti negli anni scorsi.
La proposta della studiosa è piuttosto quella di istituire un'Authority che, lasciando gli agenti liberi di decidere chi assumere - quindi senza ricorrere alle quote - possa chiedere a fronte di una prevalenza maschile giustificazioni per le scelte effettuate.
Il meccanismo è quello del “complain or explain”, già applicato con successo nei dipartimenti universitari statunitensi e che secondo la professoressa Kostoris potrebbe indurre maggiore rispetto della parità di genere nel settore pubblico italiano. Diverso il caso per il settore privato, dove sarebbero più appropriati strumenti fiscali e altri tipi di incentivi.
Un'altra proposta operativa e a costo zero è venuta poi dall'ex sindaco di Milano, Letizia Moratti, che ha suggerito di utilizzare il public procurement come strumento per promuovere la parità tra uomini e donne. Nello specifico nelle gare si potrebbero studiare dei criteri di accesso e punteggio che premino la parità occupazionale e salariale tra uomini e donne.
Il bisogno di studiare proposte concrete è stato sottolineato anche dal vicepresidente della Commissione Lavoro del Senato, Tiziano Treu, che ha rilevato come questi anni siano stati carenti di soluzioni pratiche, invitando però a non concentrare l'attenzione solo sul mondo del lavoro, senza toccare altri aspetti di diseguaglianza nei rapporti socio-economici. Una strada percorribile, ad esempio, sarebbe quella di prevedere per ciascun provvedimento legislativo la valutazione dell'impatto di genere.










