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Stop agli eurobond: le voci di Parlamento e Commissione

Angela Merkel - foto di Jacques GrießmayerGli eurobond sono finiti nel congelatore. Il veto imposto dalla Germania nel vertice di ieri a Strasburgo ha scatenato le reazioni di tutta Europa. Critici i mercati che hanno fatto registrare nuove tensioni su indici di borsa e spread. Ma ancora più critica la politica: in tutta l’Unione sono molte le posizioni di chi vorrebbe uno scatto in avanti per uscire dalla crisi.

L’esito più efficace della vicenda degli eurobond è stato tracciato oggi dal Commissario europeo responsabile per gli Affari economici, Olli Rehn che, in visita a Roma, ha fatto il punto sulla situazione in Germania: “C'è una forte opposizione agli eurobond: ho avuto un utile scambio di vedute con la Confindustria tedesca, con 2mila imprenditori e datori lavoro, e vi posso dire che c'è un certo scetticismo e occorreranno forti sforzi prima che l'opinione pubblica tedesca e di altri Paesi possa essere convinta sugli eurobond”.

Quindi, le parole che ieri la cancelliera Angela Merkel ha pronunciato, escludendo la nascita di obbligazioni comuni, sono espressione della volontà di tutto il Paese. “Una mossa seria – ha detto ancora Rehn - sarebbe il rafforzamento della governance e l'unione fiscale di bilancio”. Quasi a dire che, per adesso, il massimo risultato al quale si può aspirare è l’integrazione fiscale maggiore. Dopo, attraverso una modifica dei Trattati, sarà possibile guardare ad altro. Ma la soluzione della crisi dovrà passare per una strada prima di tutto politica.

Una posizione che rivela una grande debolezza dell’esecutivo comunitario in questa fase, rispetto alla volontà dei singoli Paesi membri. Sul punto, arrivano fortissime le critiche del vicepresidente vicario del Parlamento europeo, Gianni Pittella: “La perseveranza  della signora Merkel nello scartare tutte le misure europee per affrontare la crisi e nell'affidare alla sola autocorrezione degli Stati meno virtuosi, la soluzione della gravissima  congiuntura, va stigmatizzata come un errore drammatico”.

“La signora Merkel – spiega ancora Pittella - non vuole gli eurobond né i project bond, non vuole incrementare il fondo salva Stati né modificarne le procedure e i poteri, non vuole che la Bce assuma il ruolo di prestatore di ultima istanza, a parole dice sì alla tassazione delle transazioni finanziarie ma poi ne rinvia l’attuazione ad un tavolo globale. La sua parola magica è no, la sua medicina è la purga per gli Stati peccatori, in aperta contraddizione con gli interessi stessi del suo Paese: la Germania ha squilibri economici interni seri che si riflettono sulle altre economie della Ue e ha bisogno quanto noi di una ricetta europea che metta in sicurezza l'euro e affronti la questione della crescita zero, che è il vero problema dell'Europa oggi”.

Insomma, al momento si scontrano posizioni distantissime.

Da un lato le istanze dell’Italia di Mario Monti, che fa pressione per gli stability bond, dall’altra la Germania di Angela Merkel, che non vuole accollarsi da sola tutto il costo della crisi dei debiti sovrani e punta con decisione verso una soluzione “leggera”.
Sempre più in mezzo la Francia di Nicholas Sarkozy, che si appresta a subire i colpi delle agenzie di rating e che si annuncia come la prossima probabile vittima della speculazione internazionale. All’indomani del vertice si dice che sarebbe stata forte la delusione da parte del presidente francese, che avrebbe voluto, almeno, che la Bce facesse da prestatore di ultima istanza e, soprattutto, che avviasse una fase di acquisto più massiccio dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà.

In questa situazione, la stessa Commissione affari economici del Parlamento europeo non è sembrata particolarmente entusiasta della proposta varata da Barroso. E, nella riunione tenutasi ieri, ha sollevato diverse perplessità.
Anzitutto, secondo gli eurodeputati c’è una mancanza di democraticità nel processo seguito dall’esecutivo, che dovrebbe chiedere un parere più approfondito da parte dei Paesi membri.

Anche altri aspetti, poi, sono stati oggetto di critica.
La belga Marianne Thyssen del Ppe ha dichiarato che avrebbe preferito che la Commissione avanzasse una sua proposta, piuttosto che mettere sul piatto una serie di alternative. In questo modo, i lavori sarebbero andati avanti in modo più spedito. La portoghese Elisa Ferreira (socialisti e democratici) ha avanzato il dubbio che la creazione degli eurobond non porterebbe stimolo alla crescita.
Tutti dubbi condivisi da larghe fette del Parlamento.

 

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