Colpa dei ministeri, ovviamente, ma anche della voglia che la politica ha di fare annunci in continuazione. E, a sorpresa, anche delle aziende, poco preparate, a volte addirittura scorrette. Se i tanti bandi pubblici italiani portano denaro con il contagocce alle imprese, sul banco degli imputati i colpevoli sono parecchi. Ne abbiamo parlato con un tecnico ministeriale, che chiede di rimanere anonimo, ma che spiega nel dettaglio cosa non funziona nella macchina della pubblica amministrazione nostrana.
Ci sono, anzitutto, problemi che riguardano tutti i bandi, indistintamente. “Abbiamo due tipologie di fattori: interni ed esterni all’amministrazione”. Partiamo dai primi. “C’è un turn over micidiale di personale e direttori generali nelle direzioni chiave, che porta a un azzeramento continuo della memoria storica dei ministeri”.
Ma non è solo questione di cattiva amministrazione. Anche la politica ha le sue colpe: “la politica ha bisogno di annunciare novità in continuazione. Per cui si creano nuovi strumenti anziché ritoccare quelli che già ci sono. Quindi, si fa uno strumento in tutta fretta e si dice che si definiranno le regole con decreto dopo due mesi. Ma non si considera che mettere in piedi la meccanica di una cosa nuova richiede uno sforzo amministrativo notevole”.
Poi ci sono i fattori esterni alla Pa. “Uno è l’andamento dell’economia, perché quasi tutti i meccanismi di finanziamento sono prociclici; cioé funzionano se l’economia va. La prima spesa che viene tagliata dalle imprese, in situazioni di crisi, è quella di ricerca”.
Senza contare che le imprese, spesso, mancano della necessaria preparazione. “La percentuale di revoche che sono dovute a comportamenti scorretti da parte delle imprese è altissima. C’è una certa propensione a una gestione disinvolta di queste risorse: parliamo di comportamenti patologici, di vere e proprie truffe, ma anche di semplice incapacità di fare un business plan, un calcolo sull’iva o su quali saranno i tempi dei finanziamenti”.
Ci sono, poi, forti problemi con la qualità della selezione. “Lo Stato, a volte, non ha l’intelligenza di fare selezioni e quindi è bene che collabori con altri soggetti in grado di coadiuvarlo, come le banche. Secondo lei ci sono grandi esperti di valutazione degli investimenti nella pubblica amministrazione?”.
E ci sono i decreti attuativi impossibili da realizzare. “Le norme di attuazione talvolta non possono essere adottate, perché la legge è stata concepita in cinque minuti, senza approfondimenti. Ho visto diverse norme adottate dal Parlamento che non sono mai partite perché, magari, prevedevano un tipo di aiuto vietato dall’Unione europea”.
Sullo sfondo, infine, resta la questione delle procedure negoziali, poco trasparenti e sempre sul filo del sospetto. “Non parlo di cose penalmente rilevanti. Dico solo che se si gestiscono le procedure con questo criterio, aumentano sia i rischi di una discrezionalità eccessiva che quelli di una smodata interferenza da parte della politica”.










