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Vertice della Crescita - Van Rompuydi Giampiero Gramaglia - Non sarà forse ricordato come uno dei ‘vertici fondatori’ dell’integrazione europea, come lo fu, ad esempio, nel 1991, quello di Maastricht, che decretò il passaggio dalle Comunità all’Unione e creò le premesse della moneta unica. Ma, di sicuro, non è stato il ‘vertice affondatore’ dell’Ue e dell’euro, come, alla vigilia, c’era il timore che fosse.

Caricato di ansie e di attese, il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, il Vertice della Crescita, com’era stato da tempo ‘battezzato’, ha riproposto un classico comunitario: la trattativa senza soste, fin nel cuore della notte; e ha sortito una serie di risultati concreti, superando i contrasti iniziali, forti soprattutto tra la Germania e i ‘Paesi dello spread’, Italia e Spagna, cui ha dato buon appoggio la Francia.

S’è così arrivati a decidere lo scudo ‘anti-spread’ voluto soprattutto da Roma e da Madrid, a varare il Patto per la Crescita con 120 miliardi di euro che dovrebbero generare un volume d’investimenti molto superiore, a tracciare un percorso verso l’introduzione della Tobin Tax (entro l’anno) e, a più lunga scadenza, verso la realizzazione di un’Unione bancaria che integri e consolidi l’ancora incompleta Unione economica e monetaria.

Certo, le decisioni del Vertice non sono tutte limpide: lo scudo ‘anti-spread’ sarà perfezionato, il 9 luglio, dall’Eurogruppo, a livello di ministri delle finanze. E lì si dovrà chiarire se e come ci sarà condizionalità dell’intervento del fondo ‘salva Stati’ e quale eventualmente sarà il ruolo della troika costituita da Commissione europea, Bce e Fmi. E i soldi del Patto della Crescita non sono mica tutti ‘freschi’. Anzi, solo una minima parte lo è.

Gli integralisti dell’integrazione vi diranno che non s’è parlato degli eurobond (cioè, ne ha riparlato in conferenza stampa la cancelliera tedesca Angela Merkel, ma solo per ribadire il proprio no). E che non s’è neppure deciso di creare un ministro delle finanze europeo. Ma quelli sono elementi di prospettiva decennale, a lungo temine, contenuti nel rapporto dei quattro presidenti, Van Rompuy (Consiglio europeo), Barroso (Commissione europea), Juncker (Eurogruppo) e Draghi (Bce). Per il vice-presidente della Commissione europea Antonio Tajani, con quel rapporto e con le sue decisioni l’Unione imbocca la via degli Stati Uniti d’Europa.

Del resto, chi bada al sodo, e cioè i mercati, interpreta in modo positivo le conclusioni del vertice: le borse vanno su forte, lo spread va giù, scende pure sotto 410. E, da Washington, il presidente Usa Barack Obama, molto attivo la vigilia nel sensibilizzare i partner europei sui temi della crescita e del lavoro, fa giungere il suo plauso: giudica “incoraggianti” i provvedimenti adottati, ritiene che siano stati fatti “progressi” per superare la crisi e prendere la strada della ripresa.

Mettendo insieme la vittoria degli Azzurri agli Europei contro i tedeschi e il successo sullo scudo del premier Monti, molti media italiani parlano di “notte storica” e ‘celebrano’ la sconfitta della cancelliera Merkel. Monti è, come vuole il suo cliché, più sobrio: dice che ora l’euro è più forte –infatti, la moneta s’apprezza sul dollaro- e aggiunge che l’Italia non intende, almeno per ora, ricorrere allo scudo (impegno analogo assume per la Spagna Mariano Rajoy). Quanto al rapporto con la Merkel, che le immagini mostrano a tratti tesa, nervosa, irritata, Monti lo definisce ottimo.

Vince l’Europa, e quindi vince l’Italia, senza che la Germania perda –a Bruxelles, non a Varsavia, dove le busca-. Le procedure per attivare lo scudo andranno chiarite nel giro di dieci giorni: Monti e Rajoy affermano che la troika non avrà nulla da dire per i Paesi virtuosi, quelli, cioè, come i loro, che fanno i compiti a casa; per la Merkel, l’erogazione dei fondi seguirà “le regole esistenti”; e Draghi conferma il rispetto “delle regole previste”.

Al Consiglio europeo, la ‘grande assente’ è la Grecia: se ne parla poco, dopo averle dedicato Vertici non solo europei, ma mondiali, come il G20 del 18 e 19 giugno. Il governo uscito dalle elezioni bis del 17 giugno è ‘zoppo’, perché il premier Antonio Samaras non è a Bruxelles per motivi di salute. E, allora, il problema della revisione, o meno, del memorandum d’intesa fra Ue e Grecia non emerge: se ne riparlerà, forse già all’Eurogruppo del 9 luglio, che ha un ordine del giorno gonfio.

Tirato un sospiro di sollievo, l’Unione ha davanti a sé un week-end d’estate piena e potrà gustarsi senza patemi la finale ‘in famiglia’ degli Europei a Kiev. I rappresentanti dell’Ue, però, non ci saranno (e dire che Barroso è un appassionato di calcio): in segno di protesta contro le violazioni dei diritti dell’uomo del governo ucraino, che imprigiona e perseguita gli oppositori politici, la Commissione e le altre Istituzioni europee disertano l’evento. Premier Monti, lei è proprio sicuro di doverci andare?