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Bagnasco e Napolitano - fonte: QuirinaleSe sull'Ici il governo italiano, unilateralmente, riterrà opportuno apportare delle modifiche, noi saremo disponibili. Ad affermarlo in un'intervista ad EurActiv.it è il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, la Conferenza episcopale italiana. L'intervista è stata rilasciata prima che il governo Monti annunciasse una revisione del regime dell'Ici sui beni della Chiesa, da anni contestato dalla Commissione europea. Bagnasco, che è anche arcivescovo di Genova, si esprime sulla situazione economica italiana, sulla crisi europea,  definita "crisi  di fede", sull'immigrazione, sulle persecuzioni dei cristiani in tutto il mondo e sulla piaga della pedofilia in ambito ecclesiastico.

L’economia italiana sta affrontando un momento difficile, molti italiani stanno soffrendo a causa della perdita del posto di lavoro. Come valuta finora l'operato del governo Monti?

Si tratta di un esecutivo che è chiamato a risolvere problemi di lungo periodo, troppe volte accantonati. Grazie alla buona volontà e alla competenza ci si augura di uscire fuori dalla crisi, peraltro di carattere internazionale. Siamo ben consapevoli (e la situazione che vivo a Genova purtroppo me lo conferma ogni giorno) delle difficoltà che stanno vivendo migliaia di lavoratori, con le loro famiglie. Senza una forte coesione sociale e una rinnovata solidarietà non potremo aspettarci che il Governo, da solo, possa risolvere tutto.

Sul pagamento dell'ICI da parte della Chiesa cattolica, lei si aspetta delle novità in un futuro prossimo venturo? Il tema è seguito anche dalla Commissione europea, che nel 2010 ha avviato un'indagine sul regime preferenziale di tassazione degli immobili per gli enti non commerciali in Italia.
Su questo tema si è scritto e dibattuto spesso in modo assai fuorviante. La Chiesa paga le tasse e non cerca trattamenti di favore, anche perché evadere il fisco vuol dire mancare di responsabilità nei confronti del bene comune e per un cristiano significa peccare. Non solo: se a non pagare le tasse fossero degli enti religiosi ci sarebbe anche l'aggravante dello scandalo. Quanto all'esenzione dall'ICI prevista dalle attuali norme, essa riguarda tanto la Chiesa cattolica quanto una galassia di altre realtà no profit, poiché evidentemente lo Stato riconosce un servizio insostituibile reso alla società.

Un dato è incontestabile: negli ultimi anni sono quasi raddoppiate le richieste di aiuto (cibo, vestiti, fondi anti-usura, centri di ascolto) e le fasce sociali da cui esse provengono sono ormai anche quelle che invece un tempo erano garantite. Ciò detto, se il governo unilateralmente – ricordo infatti che la materia è di sua esclusiva competenza – riterrà opportuno apportare delle modifiche, noi saremo disponibili.

Nel corso della conferenza permanente lei ha parlato del riconoscimento della cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia. A suo avviso quali modifiche alla legge attualmente in vigore sarebbero auspicabili?
Lo ius sanguinis non basta più ad interpretare adeguatamente il cambiamento epocale che è sotto i nostri occhi. Ci vuole altro per dare riconoscimento ai tanti figli di immigrati nati sul nostro suolo, compagni di classe dei nostri ragazzi, parte integrante del tessuto sociale italiano.

Questo ovviamente non vuol dire che la nostra storia e la nostra cultura plurimillenarie, con i radicati riferimenti cristiani che le caratterizzano, possano essere date per scontate. Solo una società consapevole delle proprie radici e capace di custodirle potrà essere in grado anche di accogliere con rispetto e tolleranza culture diverse dalla propria.

In che modo propone di combattere il grave fenomeno della pedofilia in ambito ecclesiastico, che in alcuni paesi europei purtroppo ha contribuito a offuscare l'immagine della Chiesa cattolica?
Il Santo Padre Benedetto XVI ha dato a tutti l'esempio nel contrastare una infame emergenza che causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie. Occorre, sul suo esempio, reagire e prevenire, dandosi nello stesso tempo i mezzi per proteggere i bambini e costruire un ambiente sicuro per loro. Si aiuterà così a sviluppare una vera e propria cultura della protezione dei piccoli che può essere di aiuto a tutta la società.

Quanto alla prevenzione si rivela decisiva una più accurata selezione dei candidati al sacerdozio e un percorso formativo rigoroso. Trasparenza e giusta collaborazione sono poi le forme di un'azione che non deve recedere rispetto all'accertamento delle responsabilità, perché la Chiesa non ha paura della verità e intende avviare un percorso di guarigione e di rinnovamento.

Lei ha ribadito che la domenica non può essere sacrificata all'economia, ma dovrebbe essere invece essere dedicata alla famiglia. Cosa pensa della nuova norma che dovrebbe sopprimere il vincolo in materia di chiusura domenicale e festiva per le imprese di panificazione di natura produttiva?
Le famiglie oggi sono più vulnerabili, ma non è questo un buon motivo per indebolirle ancora di più, anzi. Sarebbe grave impedire – o comunque non favorire – che la famiglia possa riunirsi per ritrovarsi, avendo tempi sufficienti liberi dal lavoro. Non è assolutamente indifferente né efficace parcellizzare il tempo del riposo in base alle leggi del mercato. La domenica, che nella tradizione del nostro Paese è dedicata alla famiglia e, se cristiana, al Signore nella comunità, non può essere sacrificata all'economia, indebolendo anche in questo modo un istituto che sempre di più si conferma, insieme alla persona, come la prima risorsa di una società che voglia essere non una moltitudine di individui ma un popolo coeso e solidale.

È già fin troppo evidente che, nell'ambito dei poteri globali, si vuole rompere le reti virtuose, e ridurre l'uomo in solitudine perché sia meglio manipolabile. Risuona l'attualità grave del monito divino: «non è bene che l'uomo sia solo» (Gen 2, 18). Si chiede ogni sforzo e lungimiranza perché si corregga una rotta destinata a deragliare sul piano antropologico e sociale, e perché il soggetto famiglia sia sostenuto con politiche forti, dirette ed efficaci.

Gli attentati in Nigeria testimoniano una recrudescenza dei movimenti islamici integralisti nei confronti dei cristiani, che sono costretti ad emigrare per sfuggire alla persecuzione. E atti di cristiano-fobia si registrano in varie parti del Mondo: com'è possibile contrastare questa ondata di violenza?
I cristiani si trovano spesso a vivere situazioni difficili in alcuni Paesi dell'Africa, dell'Asia e del Medio Oriente, soprattutto in quelli a maggioranza musulmana. Occorre comunque non generalizzare perché ogni situazione è diversa dalle altre. Spesso vi è una strumentalizzazione della religione per fini eversivi come sta accadendo in Nigeria. A questo proposito sono illuminanti le dichiarazioni del presidente della Conferenza Episcopale Nigeriana, sua Eccellenza Monsignor John Olurunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, il quale ha sempre escluso che nel suo Paese sia in atto un "guerra di religione". Se da una parte è doveroso che i cristiani si sentano sempre solidali con le comunità che sperimentano la Passione di nostro Signore Gesù Cristo, è altresì necessario pronunciare parole di sostegno per una reale libertà religiosa ovunque nel mondo.

Inoltre è bene ribadire che non è aderente allo stile evangelico schierarsi contro qualcuno, tanto meno contro una religione. Gesù Cristo ha chiesto agli apostoli di sostituire i rapporti di forza con quelli dell'amore. Dobbiamo comunque essere orgogliosi che per fede, nel corso dei secoli fino ad oggi vi siano stati uomini e donne di tutte le età, il cui nome è scritto nel libro della Vita, disposti a dare tutto per la causa del Regno di Dio.

Card Bagnasco, fonte sito CEILei è stato eletto vicepresidente del Consiglio delle conferenze episcopali europee per il quinquennio 2011-2016. Qual è l’obiettivo maggiore che intende realizzare nel suo mandato?
Non ho un mio obiettivo, se non quello di collaborare alla finalità della Presidenza e del medesimo Consiglio che ha a cuore la comunione tra le Chiese del Continente europeo. In tal modo si intende raccogliere l’invito del Santo Padre a una intensificazione della comunicazione della fede in un contesto che mostra segni di cedimento a quel relativismo diffuso che nuoce non solo alla identità dei singoli, ma perfino alla stabilità delle democrazie.

Se, infatti, viene meno una ragionevole fiducia in Dio che è ispirata da una visione complessiva intorno all’uomo e al suo destino, il rischio è quello di uno sgretolarsi di quei valori fondanti che finora hanno cementato il nostro contesto europeo, pure a fronte di tante differenze in esso presenti.

In che modo la Chiesa cattolica può diffondere efficacemente il suo messaggio ai diversi popoli che compongono dell'UE?
Come ha ricordato di recente Benedetto XVI "il nocciolo della crisi in Europa è la crisi della fede". Ed ha aggiunto: "Se ad essa non troviamo una risposta, se la fede non ritrova vitalità, diventando una profonda convinzione e una forza reale all'incontro con Gesù Cristo, tutte le altre rimarranno inefficaci". Perciò la grande tematica della Chiesa per i prossimi anni è come annunciare la fede oggi, in che modo la fede, quale forza viva e vitale, può oggi diventare realtà. Se si rivitalizza la fede tutto il resto diventa possibile anche nella vecchia Europa, che sembra a volte smarrita nei riguardi della propria origine, ma conserva una insospettabile nostalgia per Dio e la grande tradizione cristiana.

Ritiene che, specie in una fase di calo di fiducia nell'integrazione, l'Europa possa rilanciarsi richiamandosi alle proprie radici comuni cristiane?
Come ha detto Benedetto XVI al Parlamento tedesco: "La cultura dell'Europa è nata dall'incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall'incontro tra la fede nel Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l'intima identità dell'Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell'uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell'uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico".

Se l'Europa intende offrirsi come una casa comune non può disattendere questa origine che è l'unico antidoto ad una deriva solo economicistica. Ma, alla prova dei fatti, il business non è capace di dare unitarietà e coesione se non è innervato a valori di riferimento oggettivi e condivisi. Per questo ritengo che la maniera per reagire ad un certo euroscetticismo, che in un momento di crisi economica è destinato a crescere, sia quello di fare quadrato attorno ad alcune istanze valoriali in grado di creare convergenza e di far superare le inevitabili differenze culturali, sociali ed economiche.

Recentemente ha affermato che bisogna rivedere il modo di fare finanza e che non pagare le tasse è peccato. Può diffondersi su questi concetti? A quale modello sociale bisogna ispirarsi?
La crisi economica che da almeno quattro anni sta scuotendo il mondo fa avvertiti del fatto che siamo entrati in una fase inedita della vicenda umana. L'idea stessa di progresso, in voga dal XVIII secolo, sta subendo un duro contraccolpo, e la stessa categoria di "crisi" suona inadeguata e inefficace, cessando praticamente di significare quello che le si vorrebbe affidare. Di crisi economiche infatti ce ne sono state tante fino ad oggi; la novità è che quanto accade in economia e nella finanza non si può spiegare se non lo si collega ad altri fenomeni contestuali come la mondializzazione dei processi, le migrazioni, le mutazioni demografiche nei Paesi ricchi, l'offuscamento delle identità nazionali, il nomadismo affettivo e sessuale.

La globalizzazione ha cessato ben presto di porsi come un orizzonte in sé significante, allorché l'"altro" è sostituito da funzioni e reti. Il capitalismo sfrenato sembra ormai dare il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli, dissolvendo il proprio storico legame con il lavoro, il lavoro stabile, e preferendo ad esso il lavoro-campeggio (cfr Bauman): si va dove momentaneamente l'industria sta meglio come se l'"altro" non esistesse. E per "l'altro" è in primo luogo da intendersi proprio il lavoratore. Inoltre, la "fluidità" di valori, relazioni e riferimenti, non impedisce affatto – semmai favorisce – il formarsi di coaguli sovrannazionali talmente potenti e senza scrupoli, tali da rendere la politica sempre più debole e sottomessa.

Mentre, invece, dovrebbe essere decisiva, se la speculazione non avesse deciso di tagliarla fuori e renderla irrilevante, e quasi inutile. Ed è quel che sembra accadere sotto gli occhi attoniti della gente. Quando il criterio è il guadagno più alto e facile possibile e nel tempo più breve possibile, allora il profitto non è più giusto, ma diventa scopo a se stesso giocando sulla vita degli uomini e dei popoli.

fonte sito CEISembra che i grandi della terra non riescano ad imbrigliare il fenomeno speculativo; che giochino continuamente di rimessa, sperando ogni volta di scamparla alla meno peggio, ma è un'illusione: prima o poi arriva il proprio turno, e ci si trova in ginocchio come davanti ad un moderno moloch di non decifrabile direzione. Il dubbio è che si voglia proprio dimostrare ormai l'incompetenza dell'autorità politica rispetto ai processi economici, come se una tecnocrazia transnazionale anonima dovesse prevalere sulle forme della democrazia fino a qui conosciuta, e dove la sovranità dei cittadini è ormai usurpata dall'imperiosità del mercato.

Accanto a questo aspetto occorre rilevare anche la corresponsabilità dei cittadini, che si esprime non solo nella partecipazione alla vita democratica, ma anche nella onesta compartecipazione agli oneri fiscali. Solo così si potrà cooperare attivamente a riequilibrare l'assetto della spesa in termini di equità reale, e metter mano al comparto delle entrate attraverso un'azione di contrasto seria, efficace, inesorabile, alle zone di evasione impunita, e ai cumuli di cariche e di prebende.

La Chiesa non ha esitazione ad accennare questo discorso, perché non può e non deve coprire auto-esenzioni improprie. Evadere le tasse è peccato. Per un soggetto religioso questo è addirittura motivo di scandalo.