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Francesco Profumo - fonte MiurIl tempo ha lo stesso valore delle risorse economiche a disposizione per il mondo della ricerca e per lo sviluppo del nostro paese. Ecco perché non bisogna perdere un attimo, ecco perché è necessario gettare al più presto le basi con cui affrontare con successo il prossimo appuntamento con i fondi europei. Ad affermarlo, in un'intervista con EurActiv.it, il ministro per l'Istruzione, l'Università e la Ricerca, Francesco Profumo, che a pochi mesi dall'insediamento ha già stabilito una tabella di marcia per tutte le sfide del momento: Horizon 2020, fondi strutturali, riforma del sistema di incentivi dei fondi per la ricerca e Agenda digitale. 

Ministro, lei sta gettando le basi per le politiche dell'innovazione per i prossimi anni. Cosa cambia rispetto ai governi precedenti?
L'obiettivo è creare una palestra, affinchè i ricercatori in Italia abbiano l'opportunità di allenarsi per la vera partita che avrà inizio nel 2014, connessa da un lato a Horizon 2020, dall'altra ai fondi strutturali. Mentre in passato il nostro paese ha avuto difficoltà a definire una policy complessiva, anche alla luce delle mie esperienze precedenti ritengo che si debba agire attraverso un maggior parallelismo con l'Europa, anche perché in futuro le risorse saranno prevalentemente comunitarie. L'Italia, dal 2014 al 2020, investirà circa 1,7 miliardi di euro in ricerca all’anno. A oggi, ogni anno perdiamo circa 500 milioni: se non cambieremo il nostro modo di operare ne perderemo tra gli 800 e i 900 l'anno.

In che modo è possibile migliorare la gestione di fondi europei per le regioni più arretrate?
Fino al febbraio 2013 si lavorerà alla definizione delle priorità di Horizon 2020 - che vale oggi 80 miliardi, ma che fra 7 anni potrebbe raggiungere i 90 miliardi - e sull'allocazione delle risorse.
La fase operativa dei bandi discende profondamente dalla definizione iniziale delle priorità. Il momento iniziale è più importante di quello successivo. Dobbiamo essere capaci di colmare le nostre distanze con gli altri paesi, facendo sì che i nostri ricercatori possano fare rete fra loro. I nostri ricercatori sono molto bravi, ma in questi anni è forse mancata loro la capacità di collegarsi gli uni con gli altri e di giocare in squadra, di allenarsi agli obiettivi richiesti dalla Commissione europea. A livello europeo stiamo lavorando sulla semplificazione. La struttura dei progetti europei è molto complicata e la rendicontazione è di grandissimo dettaglio, con delle technicality che richiedono una professionalità specifica, che il nostro paese non ha avuto, un problema sentito dai ricercatori di tutti i paesi europei.
Una della priorità della Commissione è quindi la semplificazione in termini di modalità di presentazione, di gestione e di rendicontazione. Dobbiamo usare i prossimi anni per raggiungere tre obiettivi. Per prima cosa, la politica si deve impegnare per diventare un attore attivo nella definizione delle policy, delle regole e nell'allocazione delle risorse.
Due, si deve puntare sulla formazione dei ricercatori e del management. Dall'unitarietà di competenze di questi due mondi si possono raggiungere dei risultati.
Terzo: è necessario creare una palestra sui temi post 2014, affinchè i ricercatori e i sistemi amministrativi siano pronti.
Ci sono tutte le condizioni per migliorare. Sulla ricerca, pur con difficoltà, i nostri i ricercatori hanno già accumulato un'esperienza di confronto. Tuttavia, nel caso dei fondi strutturali, mentre finora sono preallocati ai paesi e alle regioni, dal 2014 scatterà una competizione tra i territori (n.d.r. la cosiddetta "riserva di performance") e quindi servirà una maggiore capacità di progettazione e di gestione, ma soprattutto un investimento culturale di tutti gli attori.

Di tutta l'Agenda digitale, qual è l'aspetto più importante?
Credo che nel nostro paese, in questi anni, siano state fatte delle ottime sperimentazioni sui diversi temi dell'Agenda digitale. La difficoltà stava nel trasformare le sperimentazioni in prototipi ed estenderli a un progetto paese. Serve un fil rouge che colleghi tutte quelle attività dell'Agenda digitale che oggi, nel sentire comune, sono solo dei concetti astratti. Partendo dai bisogni dei cittadini e dalle inefficienze della vita quotidiana, è possibile creare una comunità più intelligente. A loro volta queste città intelligenti realizzeranno un paese migliore, capace di dare risposte ai cittadini e di aumentare la qualità della loro vita e il loro rapporto con la PA. Il tema delle comunità intelligenti, una delle priorità di Horizon 2020, è una grande sfida per il nostro paese e per l'Europa. La tecnologia invecchia rapidamente: se basassimo la costruzione della città intelligente sulla singola tecnologia, avremmo già perso. Ecco perché si rivela fondamentale l'elemento culturale, cioè un approccio diverso alla quotidianità.

A quando i primi risultati dei bandi sulle smart communities?
Sulle smart communities sono previste due fasi. La prima, relativa alle regioni del Sud, il cui bando è uscito nei giorni scorsi, scade il 30 aprile. Seguirà una fase di negoziazione che durerà un altro paio di mesi. Le risorse dovranno essere rendicontate all'inizio del 2014: i termini, quindi, sono abbastanza brevi. Poi avremo un secondo bando per il centro nord, con una procedura analoga, che apriremo prima dell'estate. Quindi nel 2014 avremo i primi risultati.

Il futuro dei finanziamenti alle imprese per la ricerca potrebbe essere sempre più rappresentato dagli incentivi automatici. Qual è la sua opinione?
Con il Mise stiamo portando avanti un tavolo comune per uscire dall'attuale sistema di incentivi, che finora ha creato molti problemi. I ritardi nell'erogazione degli ultimi cinque anni sono inaccettabili. Da un lato, bisogna creare una nuova generazione di automatismi, un credito d'imposta che sia davvero tale, dei meccanismi che consegnino alle Pmi in modo rapido e automatico le risorse. Per i nuovi automatismi fiscali, che rientrano nella "famiglia" del credito d'imposta sui beni intangibili come la ricerca, bisogna trovare un equilibrio tra la velocità nell'erogazione e il controllo della spesa pubblica.
Dall'altro, dobbiamo pensare a un sistema basato sul procurement precommerciale per l'acquisto di componenti innovativi (n.d.r un approccio dei committenti pubblici fortemente sostenuto dalla Commissione europea), sulla creazione di mercati pubblici, sul dialogo competitivo, sulla semplificazione. Per quegli ambiti importanti come la chimica verde, l'aerospazio, le ferrovie non si può più agire per bandi.
Finora in tal senso è stato svolto un importante lavoro dal dipartimento per lo Sviluppo economico con le regioni. Inoltre, il dipartimento per l'Innovazione della Presidenza del Consiglio aveva già sviluppato una manualistica cui faremo riferimento. Tuttavia, secondo me, il procurement precommerciale deve entrare "sotto la pelle" delle amministrazioni locali. Si tratta di un lavoro da svolgere di concerto con i ministri Passera e Barca.
Bisogna, poi, affrontare, il lavoro da svolgere con il sistema bancario, perché quasi l'intera strumentazione finora a disposizione si regge sul sistema fideiussorio. In un momento di restrizione del credito come quello che stiamo vivendo, rischiamo di avere un grande sistema di incentivi che non crea valore per le imprese, cui è negato l'accesso al credito. 

Può darci una tempistica?
Già da aprile avvieremo la fase di affinamento dei nuovi strumenti assieme alle rappresentanze industriali.

Come si può risolvere il problema annoso dei bandi fermi e delle erogazioni lente, che colpiscono quasi tutti i ministeri, in particolare il Miur (Ministero Istruzione, Università e Ricerca) e il Mise (Ministero sviluppo economico)? Purtroppo si tratta di risorse fondamentali per la ricerca - alcuni miliardi di euro -  che non vengono liberate.
L'esempio più clamoroso è "Industria 2015", uno splendido strumento che è andato a scontrarsi con una serie di inconvenienti. In quel caso le erogazioni sono state minime e sono procedute con grande ritardo. Dobbiamo imparare a scrivere i bandi e dobbiamo poterci avvalere di strumenti molto più semplici. Se i bandi sono scritti in modo complesso, dando scarsa attenzione alla sostanza, si dà adito ai ricorsi. Abbiamo un livello contenzioso enorme legato a formalismi giuridico-amministrativi. Dobbiamo ricominciare a scrivere bandi più semplici, in cui siano chiari gli obiettivi industriali. Solo così potremo uscire da un tunnel in cui la forma ha prevalso sulla sostanza, danneggiando le imprese. Anche il problema delle banche è serio: dobbiamo incontrare presto l'Abi per capire come andranno le cose. Il Miur immagina di erogare oltre un miliardo e mezzo per le smart cities: siamo preoccupati all'idea che le imprese possano far fatica ad accedere ai finanziamenti.
Inoltre, il governo delle politiche dell'innovazione - Europa, Stato, Regioni - è fuori controllo. Anziché produrre cooperazione, il quadro di negoziazione verticale tra i diversi livelli ha generato conflitto, dispersione, macchinosità nel prendere decisioni. Bisogna intervenire sul rapporto tra politiche nazionali e regionali, altrimenti questa confusione impedirà le decisioni.
Infine, i meccanismi di protezione della PA sono dovuti anche ai tentativi di alcune imprese di aggirare le norme esistenti. Se la PA potesse interfacciarsi con un mondo imprenditoriale più attento alle regole, sicuramente tenderebbe meno ad arroccarsi.

Gli open data stanno diventando una realtà importante in tutto il mondo. Le ricadute per le imprese potrebbero essere enormi. In che modo cercherete di coinvolgerle nel cambiamento?
Da un lato c'è la questione della trasparenza e dell'accountability dell'operato della Pubblica amministrazione. Se rendiamo misurabile l'operato dei ministeri – il Miur in particolare - cioè se mettiamo in chiaro a che punto ci troviamo e cosa stiamo facendo, saremo in grado di stimolare il sistema economico più rapidamente, sostenendo la competitività del paese.
Per analogia, facendo un confronto forse inappropriato, ma evocativo, pensiamo a quanto fatto da Apple, che ha aperto i suoi dati e il suo sistema operativo, stimolando l'imprenditorialità. Se la PA cominciasse a rilasciare i suoi dati in forma grezza, come materia prima, moltissimi giovani e tante Pmi potrebbero inventare nuove applicazioni utili per i cittadini. Le multi utility, ad esempio, potrebbero mettere in rete la posizione istantanea degli autobus o i dati sui consumi energetici o i dati relativi alle prenotazioni nelle Asl. 

Finora sugli open data ci sono state delle importanti sperimentazioni. Qual è il passo successivo?
In Italia gli open data hanno avuto una nascita un po' travagliata. Lo scorso 8 marzo è passato l'articolo 47 del decreto Semplificazioni sull'Agenda digitale, che include un comma sugli open data. Finalmente i dati aperti avranno una strategia nazionale e potranno basarsi su un endorsement legislativo. Il portale nazionale Dati.gov.it verrà potenziato: il tavolo sugli open data, che finora si è riunito due volte, non ha ancora affrontato questo punto, ma è chiaro che si tratta del tema numero uno da sciogliere. Di sicuro, se si sceglierà di partire dal portale già esistente, dovrà esserci un potenziamento radicale.

Le competenze sugli open data si divideranno tra il dipartimento della Funzione pubblica e il Miur. A quest'ultimo, infatti, è passato il pacchetto innovazione.
La Funzione pubblica continuerà ad avere un ruolo importante, nonostante il pacchetto innovazione sia passato al Miur. I ruoli saranno distinti, da un lato la Funzione pubblica dovrà attivare dei processi importanti, assumendo un ruolo di "abilitatore". Sugli open data dobbiamo iniziare delle sperimentazioni su larga scala, affinché questo tema non sia più solo qualcosa di astratto e da questo punto di vista i grandi ministeri come il Miur giocano, di fatto, il ruolo fondamentale di "realizzatore".

Sugli open data si procederà per bandi?
L'Agenda digitale è il grande ombrello che crea le condizioni a livello normativo per la realizzazione dell'infrastruttura pubblica. A valle ci sono i bandi emessi dai singoli ministeri, coerentemente con l'agenda, per finanziare la costruzione di competenze industriali su alcuni segmenti specifici.

La tempistica?
Sugli open data entro il 15 giugno dobbiamo varare tutte le norme necessarie per l'implementazione dei progetti. Oltre al decreto Semplificazioni, il ministro Passera ha indicato una sequenza di norme che potrebbero essere concentrate in un solo decreto. A quel punto partirà l'implementazione.