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Grecia - elezionidi Giampiero Gramaglia - La domenica alle urne in Grecia e anche in Francia produce risultati ‘europei’: la Grecia vota per restare nell’Ue e nell’euro; la Francia dà al neo-presidente Hollande il potere di realizzare i suoi programmi e più forza nel negoziato con la cancelliera Merkel. “Sospiro di sollievo” è il concetto che domina i titoli dei media europei; ed è anche lo stato d’animo che trapela dalla tele-conferenza in volo fra i Grandi dell’Unione diretti al Vertice del G20 –oggi e domani a Los Cabos in Messico-. Il presidente del Consiglio Mario Monti si rallegra e dichiara la propria "soddisfazione": ora ad Atene c'è un governo forte, che può e vuole rispettare gli impegni e che rasserena la visione dell'Ue e dell'euro.

In una dichiarazione congiunta, i leader dell’Ue Van Rompuy e Barroso appoggiano gli sforzi della Grecia per il risanamento e si dicono impazienti di lavorare con il nuovo governo ateniese. L’Eurogruppo, che si consulta a risultati noti, esprime l’auspicio di una formazione rapida del nuovo Esecutivo. E il presidente Obama partecipa alle attestazioni di soddisfazione per la scelta dei greci. L’andamento al rialzo delle borse asiatiche e l'apertura positiva di quelle europee, con l'euro che s'impenna, indica che i mercati rispecchiano questo clima.

Ad Atene, Nuova Democrazia, centro-destra, è il primo partito, davanti a Siryza, che voleva riscrivere il memorandum con l’Ue. ND e il Pasok, socialisti, pure pro-Ue, hanno la maggioranza di seggi in Parlamento per formare un governo: potrebbe essere cosa fatta in pochi giorni. A Parigi, i socialisti di Hollande ottengono la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale.

La vigilia del voto era stata drammatizzata non solo dagli euroscettici, quelli che raccontano ai gonzi che ci credono che, se domani non c’è l’euro e si torna alle monete nazionali, si vive nel Paese di Bengodi: quasi che, nonostante Pinocchio lo conosciamo tutti, ancora credessimo al Gatto e alla Volpe e seguissimo il Lucignolo di turno, che magari si chiama Beppe.

A caricare i toni ci avevano pensato Frau Merkel, coi consigli di voto ai greci che non glieli avevano chiesti (“scelgano chi rispetta gli impegni”, e cioè Nuova Democrazia, che, guarda caso, appartiene alla sua stessa famiglia politica europea, anche se proprio non si direbbe, con i ‘fuffini’ di bilancio fatti che manco Lusi e Belsito messi insieme); e pure Mister Obama: “Sull’America –ripete ai suoi elettori- soffia dall’Europa un vento contrario”. E il presidente dell’eurogruppo Juncker definiva “un disastro” l’uscita di Atene dall’euro, perché –diceva il responsabile dell’economia Rehn- “l’Ue ha contenuto la crisi, ma non l’ha domata”. Meno drastico, invece, il capo del governo spagnolo Rajoy, che, pensando a come ha risolto i suoi guai, auspicava: la Grecia resti col sostegno dell’Unione.

E si erano moltiplicati gli appelli, più o meno retorici e sentiti: perché quelli che chiedono “più Europa”, o maggiore integrazione economica e politica, sono gli stessi che, al momento di decidere, si tirano indietro. Prendiamo la Merkel: rilancia l’Unione politica, afferma che è in gioco il destino dell’Europa, ma boccia gli eurobond.

‘Ovviamente’ più sobrio dei colleghi ‘pro tempore’, il professor Monti affermava che l’Italia ce la farà da sola, senza chiedere aiuti ai partner: “La Merkel dice che l’Italia ce la fa, ma l’Italia ce la fa non perché lo dice la Merkel”. Un passo avanti, mezzo indietro: usciremo in tempo ragionevole, ma la situazione resta grave; ci siamo allontanati dall’orlo dell’abisso, ma il cratere s’è allargato.

Fanno capitolo a sé i puristi dell’europeismo: i federalisti, con il loro slogan ‘Stati Uniti d’Europa subito’. E pure il presidente Napolitano, che ricorda come l’Unione non sia tale solo per la moneta e dice no alle ennesime tentazioni d’Europa a più velocità. Il presidente della Bce Draghi s’impegna a garantire liquidità alle banche e ricorda che, se si vuole davvero un’unione economica e monetaria, ci vuole un potere centrale.

Prima degli incontri, si addensano gli annunci. Ieri, s’è appreso da ‘Le Journal du Dimanche’, che il presidente francese François Hollande porterà al Vertice un Patto per la Crescita da 120 miliardi di euro, con fondi europei strutturali, fondi Bei e project bond -, mentre, secondo Der Spiegel, l’Ue pensa a eurobond in versione light –obbligazioni a breve e in quantità limitata-, per attenuare le reticenza della Germania.

Capiamoli, questi leader. Hanno da salvare l’Unione, ma hanno pure da salvare –molti di loro, almeno - il posto. Obama, quando ripete che l’Europa non cresce abbastanza, si preoccupa di arrivare all’Election Day il 6 Novembre con i tassi di crescita dell’economia americana troppo bassi; ma non schioda un cent per lo sviluppo dal Congresso di Washington, dove i repubblicani lo tengono in stallo.

Adesso, si ritrovano tutti al G20 di Los Cabos in Messico: fare la voce grossa prima, e mostrare come le cose sono nere, consentirà, dopo, di presentare come un successo l’acqua fresca di conclusioni pre-confezionate. Sempre che non fiocchino le sorprese: magari, nei quarti, agli Europei, la Grecia elimina la Germania.